Gli ultimi mulini del Tevere

Categoria: Vivere il fiume

In Valtiberina, gli opifici più antichi furono molto probabilmente i mulini ad acqua che sorsero ovunque a partire dal Medio Evo. Infatti, come scrisse Marc Bloch, “invenzione antica, il mulino ad acqua è medievale dal punto di vista della sua effettiva diffusione”. Inoltre si può ipotizzare che talvolta fossero i capitali mercantili ad essere investiti nei mulini ad acqua che non solo erano utilizzati per la macinazione dei cereali, ma venivano sfruttati per la triturazione delle foglie di guado e per “gualcare” i panni.

Anche le acque del Tevere furono derivate per alimentare i mulini fin dall’età medievale: due canali partivano dalla riva destra. Il primo, conosciuto come “reglia dei mulini di Anghiari”, aveva origine nel luogo detto Gorgabuia, nei pressi di Montedoglio, e nel 1105 era chiamato Acquaviola. L’altro canale, detto “reglia dei mulini di Sansepolcro”, nasceva più a valle, nei pressi di Falcigiano, ed anch’esso venne realizzato nel basso medioevo. Essendo però quello anghiarese posto più a monte, esso poteva derivare l’intera portata del Tevere, lasciando asciutta, soprattutto nei mesi estivi, la reglia di Sansepolcro. Questo fatto, fin dall’origine, fu causa di numerose polemiche fra le comunità di Anghiari e del Borgo San Sepolcro e la diatriba, almeno formalmente, si concluse solo nel 1786 quando venne deciso che la reglia dei mulini di Sansepolcro venisse allungata fino ad incontrare la reglia dei mulini di Anghiari nei pressi di Gorgabuia: da qui, con una opportuna regolazione, le acque del Tevere da allora mossero i palmenti dei mulini di Anghiari e di Sansepolcro, anche se le liti non cessarono mai.

Nel corso del XIX secolo molti impianti si ampliarono: è il caso degli otto mulini della reglia di Anghiari e dei tre della reglia dei mulini di Sansepolcro che macinavano con un solo palmento ancora nell’estate del 1782, quando effettuò il sopralluogo l’ingegnere Ferdinando Morozzi, mandato dal Granduca, a dirimere la diatriba per l’uso delle acque. Invece agli inizi del Novecento le testimonianze ricordano che tutti avevano già due coppie di macine.

L’opificio più a monte è il mulino di Catorcio, l’unico attivo ancora oggi, e che sembra derivi il nome dal fatto che nei pressi fosse costruito nell’età medievale quel catorcio che nel giugno 1450 alcuni abitanti del Borgo rubarono agli Anghiaresi dopo essersi azzuffati con loro. All’impianto del Catasto geometrico-particellare del Granducato di Toscana (1825 circa) il mulino apparteneva a Giovanni Iacopo Tuti, ma nel 1874 divenne di proprietà di don Curzio Gaci-Scaletti, quindi dei propri eredi che lo vendettero a Ippolito Stefanelli nel 1892. La famiglia Acquisti, attuale proprietaria, lo acquisto dal figlio Ernesto nel settembre del 1931.

Il secondo mulino era detto mulino di Valle, dal nome della località a valle di Micciano. Agli inizi dell’Ottocento era di proprietà della famiglia Corsi che successivamente si imparentò con i Bartolomei. La proprietà fu venduta nel 1974 a Paolo, Gino e Giuseppe Crociani, ma ormai il mulino che era stato in parte utilizzato anche come officina idroelettrica, aveva cessato ogni attività da circa vent’anni. I Franceschetti furono l’ultima famiglia di mugnai.

Fra i mulini di sicura origine medievale vi è il terzo mulino della reglia di Anghiari: il mulino del Comune, che nel 1513 gli Anghiaresi vendettero alla Fraternita di S. Maria del Borghetto. Al mulino era unita anche una gualchiera. Agli inizi dell’Ottocento la proprietà era dei fratelli Giuseppe, Iacopo e Angiolo Mondani che lo vendettero, qualche decennio dopo, ad Alessandro e Paolo Alessandri. Il mulino poi rimase solo ad Alessandro ed ai suoi eredi. Infine tutta la proprietà agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso, sia per successione che per compravendita passò ai nipoti Valentino, Domenico e Sebastiano Paoloni. Qualche anno più tardi l’opificio cessò di macinare.

Il quarto mulino aveva diversi nomi: ufficialmente si chiamava mulin Bianco I (per distinguerlo dall’omonimo che si trovava a Tavernelle), ma era detto anche mulino Vicino, forse perché il più prossimo al centro del paese; ed agli inizi del Novecento lo conoscevano anche come mulino di Cipicchio, dal soprannome dato ad un vecchio che abitava lì vicino. Anche quest’opificio era della famiglia Corsi-Bartolomei, a cui rimase fino a quando cessò gradualmente la sua attività dal secondo dopo-guerra fino agli inizi degli anni Sessanta; l’ultimo mugnaio fu Vincenzo Bevignani.

Dall’altra parte dello stradone medievale che con il suo lungo rettilineo collega Anghiari a Sansepolcro, sorgevano i Mulinelli.

Il primo era detto Molinello di sopra e conosciuto anche come mulino della Morte. Agli inizi dell’Ottocento apparteneva anch’esso alla famiglia Corsi, ma fu venduto alla fine del secolo a don Vittorio Razzanelli che a sua volta lo ricedette a don Mario Boninsegni e a don Ferdinando Amadori. Questi nel 1911 lo vendettero ad un altro sacerdote Riccardo Del Pia che con un atto di compravendita lo passò al fratello Pietro. Uno dei suoi figli, Angiolo, successivamente divenne l’unico proprietario e gestì il mulino fin verso la fine degli anni Sessanta quando fu cessata definitivamente l’attività. Dagli anni Trenta le due macine furono mosse, oltre che dalla forza idraulica, anche da un motore elettrico.

Il Molinello di sotto, detto anche Molinuzzo, sorgeva poco distante ed agli inizi dell’Ottocento apparteneva alla famiglia Morgalanti che tra la fine del secolo ed i primi anni del Novecento lo vendette ad Antonio Gennaioli e la sua famiglia restò proprietaria fino alla successiva vendita del 1967 a Dario ed Adriano Giorni. Tuttavia sembra che quest’opificio avesse cessato l’attività prima di ogni altro: testimonianze raccontano che ciò avvenne alla metà degli anni Trenta.

Invece il settimo mulino della reglia di Anghiari, il mulino di San Leo, si fermò per sempre alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, quando Francesco Cheli che lo gestiva in affitto cessò di fare il mugnaio. A quell’epoca il proprietario era Francesco Gennaioli, alla cui famiglia il mulino era stato venduto il 13 aprile 1883 da Paolo Ligi. Infatti all’impianto del catasto granducale l’opificio apparteneva al padre Fortunato ed agli zii di Paolo.

La reglia anghiarese proseguiva poi nel territorio di Sansepolcro dove alimentava i palmenti del mulino dello Spino. Agli inizi dell’Ottocento l’opificio apparteneva a Lattanzio Pichi, mentre intorno alla metà del secolo passò ai figli di Anton Giuseppe Collacchioni e quindi al nipote Marco qualche decennio dopo. Marco Collacchioni cedette in donazione e per costituzione di dote anche il mulino dello Spino alla figlia Bianca che si sposò con Gian-Luigi Cavazza. Prima della seconda guerra mondiale il mulino fu venduto alla famiglia Montesi. L’attività per conto terzi cessò subito dopo la fine della guerra e già nel 1946 i palmenti giravano unicamente per l’utilità del podere in cui si trovava; quando morì il mugnaio Cristofano Canicchi non venne cercata un’altra persona per sostituirlo.

La reglia dei mulini di Anghiari, poi proseguiva nel territorio umbro dove faceva girare le macine del mulino di S. Fista prima e poi quelle del mulino di Pistrino.

Continua…