E le lavandaie di Pretola prendevano la “corta”

Categoria: Tradizioni

Tra tutte le vie di comunicazione che collegavano la città di Perugia al fiume Tevere, la cosiddetta “corta” di Pretola era la più breve e diretta.

Questo tracciato pedonale è molto antico, lo si trova citato in una decisione del Consiglio della città del 1299, ed è stato utilizzato fino alla metà degli anni ‘60.

Ogni domenica, lungo questa strada, si potevano incontrare le lavandaie del paese di Pretola che raggiungevano la città per ritirare i panni da lavare delle famiglie o delle istituzioni cittadine: se erano dirette all’ospedale di Monteluce, uscivano in via del Favarone; se erano dirette in centro imboccavano “l’uscita del leone”, risalivano Fontenuovo e giungevano a Porta Pesa, dove era il punto di raccolta.

E’ da qui che possiamo far partire il nostro itinerario “ideale”: la piazza di Porta Pesa era considerata, per i paesi del fiume, l’entrata in città ed era qui che i carrettieri sostavano, in compagnia di un bicchiere di vino, alla trattoria di “Argentino” in attesa del carico dei panni che le lavandaie ammassavano proprio in questa piazza. L’itinerario prosegue lungo via Enrico dal Pozzo; in fondo a questa via troviamo la fonte di “Fontenuovo” con un grifo scolpito, che è stata restaurata nel 2000.

Qui le lavandaie usavano lavarsi i piedi, fino a quel momento scalzi, e indossavano gli zoccoli prima di entrare in città. Percorriamo poche decine di metri e ci troviamo davanti ad un portale d’ingresso di una villa attribuito à Galeazzo Alessi, sulla cui sommità vi è una statua di leone di epoca romana. Una leggenda narra che un tesoro è seppellito dove si posa lo sguardo del leone.

Dall’altro lato della strada, scende un sentiero che ci porta, oltrepassata una catena messa a difesa di un depuratore, a costeggiare il lato sinistro del fosso che scorre sotto il cimitero cittadino.
La valletta che il fosso disegna è più vasta di quello che si può percepire dall’ alto della strada.

Dopo dieci minuti di cammino il sentiero è ostruito da alti rovi. Facendosi strada, cercando di stare più vicino possibile al corso d’acqua, è possibile arrivare dove il nostro fosso si unisce al fosso Scaffaro, proveniente da S. Erminio, formando il cosiddetto “fosso di Pretola”. Da qui le lavandaie o altri che percorrevano la “corta di Pretola” si trovavano a passare nell’aia della casa del “Lillaccio” (dal nome del colono che vi abitava), che ha fatto posto ora ad una casa di nuova costruzione. Durante i lavori alcune pietre sono rotolate fino al fosso complicando l’eventuale passaggio.

Superati questi ultimi ostacoli, si giunge alla carrozzabile, si oltrepassa un’edicola con un’immagine della Madonna, anche questa legata ad una storia di tesori nascosti, quindi si arriva ad un ponticello. Qui scende saltellante un altro fosso che formava una cascatella (l’gorgone). Nei mesi invernali non sempre era possibile sistemarsi lungo la riva del Tevere per lavare. Le lavandaie, quindi, in sostituzione, utilizzavano le acque del “gorgone”.

Arrivati a Pretola si materializza davanti a noi la bella torre medioevale, costruita a difesa dell’antico mulino che sovrasta il fiume. Questo è uno degli angoli più suggestivi e non abbastanza valorizzati del corso del Tevere. A monte e a valle della chiusa del vecchio mulino si poteva vedere fino agli anni ‘40 una lunga fila di donne intente a lavare il bucato per le poste (clienti) di Perugia.

Da “IL SABATO” del 4 giugno 2005
di Graziano Vinti

LE LAVANDARE DI PRETOLA
Nel 1872 erano in 369 a lavare i panni dei perugini

LA SIGNORA ELDA, UNA LAVANDAIA DI PRETOLA
Elda, l’ultima testimone di un mondo scomparso