Vincenzo Maniconi

Categoria: I nomi raccontano

E’ il 14 giugno del 1859. Ottocento giovani perugini sono già partiti per il Nord, volontari nella guerra d’indipendenza. Alle undici di mattina, “tra le acclamazioni della folla che gremiva il Corso”, un gruppo di liberali “s’inoltrarono decisamente nel palazzo dei Priori” per comunicare al delegato apostolico “che Perugia voleva essere una città italiana e che si sarebbe staccata dal Papa qualora questi non intendesse aiutare Vittorio Emanuele e Napoleone a cacciare gli austriaci dalla penisola” (Uguccione Ranieri, Perugia della bell’epoca).

Il delegato apostolico lascia la città, senza colpo ferire. Arrivata la notizia a Roma, il segretario di stato cardinale Antonelli ordina alle truppe svizzere, duemila uomini al comando del colonnello Schmidt, di marciare su Perugia. Ci vogliono cinque giorni di marcia. I soldati papalini si fermano a Narni: “nelle osterie si erano mostrati allegrissimi alla notizia che Perugia, anziché arrendersi, si preparava a difesa. Schmidt infatti per incoraggiare i suoi a marciare aveva promesso… il saccheggio della città.

I mercenari discutevano addirittura della lunghezza del periodo di saccheggio… e ai narnesi esterrefatti spiegavano:

“A Perugia stare tutti priganti” (Ranieri). Arrivano a Perugia la mattina del 20 giugno. Gli insorti sono poco più di un migliaio, hanno archibugi da caccia e 400 fucili, in parte inservibili, arrivati da Arezzo (Perugia è una città di confine, accanto alla liberale Toscana). Resistono sulle mura e sulle porte, poi nelle strade strette, nelle case, sui tetti. Ci sono i primi morti. Il contingente pontificio infine entra in città, “inferocito per la imprevista resistenza dei perugini e imbaldanzito dalla vittoria” (Luciano Radi, 20 giugno 1859).

Piove furiosamente, le strade sono deserte, c’è il rischio dei cecchini; i saccheggiatori hanno fretta. I soldati del Papa irrompono nel Monastero di San Pietro, non trovano bottino e si sfogano devastando l’archivio e la biblioteca. Invadono i negozi e le case, la gente gli tira tegole dei tetti e qualche colpo di fucile, loro sparano indiscriminatamente alle finestre, ci sono altri morti e feriti, “per lo più donne”.

“I soldati cominciarono ad assaltare i portoni delle case rimasti chiusi ed, entrati, fecero scempio di cose e persone. Alcuni che coraggiosamente si opposero alle rapine degli oggetti più preziosi e cari, furono selvaggiamente aggrediti ed uccisi. Visto che i negozi degli artigiani e dei commercianti non erano in grado di arricchire il loro bottino, passarono ad incendiarli. Fu il finimondo”.

Un episodio fra tanti: “la casa del fabbro Mauro Passerini, cittadino di eccellente reputazione, fu saccheggiata, e Passerini stesso e sua moglie Carolina, furono barbaramente assassinati, come pure Candida, cognata del Passerini, che abitava là vicino” (H. Nelson Gay, in Archivio Storico del Risorgimento Umbro, 1907). L’ambasciatore degli Stati Uniti in Vaticano, Stockton, scrisse al suo governo: “Una soldatesca brutale e mercenaria fu sguinzagliata contro gli abitanti che non facevano resistenza; quando fu finito quel poco di resistenza che era stata fatta, persone inermi e indifese, senza riguardo a età o sesso, furono, violando l’uso delle nazioni civili, fucilate a sangue freddo”.

Il cappellano delle truppe pontificie riferì “con entusiasmo” che “i nostri soldati massacravano quanto trovavano in queste case”. Giuseppe Porta, segretario del comune, va per negoziare sventolando una bandiera bianca, ed è abbattuto a fucilate. Alla fine, il conto dei cittadini uccisi è di ventisei. I feriti sono innumerevoli, i danni incalcolabili. “Il sentimento [del cardinale] Antonelli alla prima notizia della repressione dell’incipiente rivoluzione in Perugia, era stato di pura e semplice contentezza. Il Papa, ‘onde manifestare la somma sua soddisfazione’ aveva immediatamente promosso il colonnello Schmidt, che comandava gli svizzeri pontifici vincitori, al grado di generale di brigata” (Nelson Gay).

Tratto da “Il Manifesto” 6 gennaio 2001