Piazza Bruno Buozzi

Categoria: I nomi raccontano

Bruno Buozzi era nato il 31 gennaio 1881 a Pontelagoscuro, in provincia di Ferrara.

Rimasto orfano, a dieci anni aveva iniziato a lavorare per sostenere la famiglia ed a quindici si era trasferito a Milano, assunto come aggiustatore meccanico alla Magneti Marelli.

Dieci-dodici ore in fabbrica, e le notti passate sui libri per recuperare il tempo e l’istruzione perdute.

Iscrittosi al sindacato degli operai metallurgici ed al Partito socialista nel 1905, inizia la sua carriera come insegnante e poi come dirigente delle rappresentanze sindacali. «Della schiera degli organizzatori sindacali di prima del fascismo, Buozzi – scriverà nel 1955, con un linguaggio forse un po’ datato ma efficace, lo storico e dirigente del movimento sindacale Fernando Santi – è indubbiamente quello che più di ogni altro rappresenta il tipo dell’operaio italiano dei primi anni del secolo: l’operaio metallurgico. Intelligente, umano, orgoglioso della sua dignità professionale; che sta a testa alta davanti al padrone, rispettato e rispettoso, che legge l’Origine della specie e frequenta l’Università popolare… L’operaio socialista, cosciente di essere il protagonista di una nuova storia che incomincia, e che incomincia da lui, operaio metallurgico».

Minacciato dal fascismo ormai trionfante, nel 1926 Buozzi fu costretto a riparare in Francia, seguito dalla famiglia. Arrestato a Parigi nel 1941 dai tedeschi, inviato al confino in Italia, scriverà altre pagine importanti del libero e rinascente sindacalismo prima di quella tragica notte del 4 giugno 1944.

La Tragedia di Bruno Buozzi

Quei primi passi di un grande leader

La notte fra il 3 ed il 4 giugno 1944, sessant’anni fa. Le truppe alleate sono ormai alle porte di Roma, che i tedeschi stanno precipitosamente abbandonando.

Dal famigerato carcere di via Tasso – luogo di abiezione e di torture indicibili – le SS prelevano 37 detenuti, e le caricano su un autocarro militare. Non tutte: il cassone è troppo angusto, impossibile sistemarli tutti.

Qualcuno rimane a terra, e ringrazierà per tutta la vita il caso che lo baciato in quegli attimi fatali; tra chi rimane a bordo, avviato ad un tragico destino, c’è Bruno Buozzi.

L’autocarro si muove lentamente, ed imbocca la via Cassia, puntando verso nord. Pochi chilometri, e la strada è bloccata dalle colonne di mezzi militari. L’autocarro devia verso le campagne, e si ferma accanto ad un casolare, in località La Storta, tenuta Grazioli, decimo chilometro della Cassia. I detenuti vengono fatti scendere ed ammassati in un fienile. Passano ore interminabili. All’alba del 4 giugno, le SS spingono i prigionieri in una valletta.

Qualche contadino li vede, spintonati a pugni e calci dai tedeschi. Poi si odono raffiche di armi automatiche.

Tre giorni dopo, in quella valletta in località La Storta, verranno ritrovati quattordici cadaveri orrendamente sfigurati. Tra quei corpi, c’è quello di Bruno Buozzi.

Per molti vigevanesi (le giovani generazioni, soprattutto) Buozzi è soltanto un nome, la strada del centro storico che da piazza Sant’Ambrogio va verso viale Mazzini.

Ma dietro quel nome c’è una delle figure più nobili ed importanti del sindacalismo italiano della prima metà del Novecento, segretario generale della Fiom (allora Federazione degli operai metallurgici) dal 1911 al 1925, poi segretario generale della Cgl negli anni durissimi dell’avvento e del consolidamenti del fascismo. Con un legame particolare con Vigevano: per due anni, tra il 1909 ed il 1911, insegnò all’Istituto Roncalli; e durante quel periodo conobbe Rina Gaggianese, giovane sarta, che sposerà nel 1912.