Casa del Diavolo… è un mistero sulle origini del nome

Categoria: I nomi raccontano

Sembra che la più probabile interpretazione del nome Casa del Diavolo, derivi dal fatto che in questi luogni, in tempi antichi, c’era una sola casa, che fungeva da stazione di fermo per coloro che si trovavano di passaggio lungo la via Tiberina, soldati romani e pellegrini. Probabilmente, poichè c’erano diversi conventi nella zona, il posto di ritrovo per briganti e perdigiorno, veniva classificato come luogo di perdizione, Casa del Diavolo.

Altra interpretazione leggendaria racconta la vicenda di Annibale e delle sue truppe, che passando da queste parti, lasciarono dietro di loro un torrente rosso di sangue dei morti in battaglia. Resta il fatto che nel perugino esistono molti luoghi che rimandano l’attenzione all’inferno: Infernaccio, Pian della Genna, e via dicendo. Basti pensare alle vicine Grotte del Diavolo, veri e propri tunnel sotterranei che, secondo una leggenda popolare, sembrano collegare il paese all’Abbazia Celestina.

Secondo una ricostruzione storico-leggendaria di Giuseppe Bistoni, attento conoscitore della cultura e delle tradizioni popolari di Casa del Diavolo: “La casa del popolo – oggi Arci – fu costruita sulle rovine della casa del contadino, costruzione antica dove personalmente ho vissuto fino ai 20 anni. Voci di popolo raccontano che scavando per i lavori di restauro, gli operai trovarono molte urne in terracotta contenenti le ossa di tanti bambini.

Questa scoperta, che forse sconvolse l’opinione pubblica, in realtà era frutto di una prassi comune nel medioevo: si facevano infatti seppellire in urne di coccio i bambini morti prima del battesimo o i bambini nati morti, proprio per l’impossibilità di portali al cimtero, perchè non tolti dal peccato. Oltre questa che sembra condurre all’Abbazia, ci sono diverse vie sotterranee; il percorso seguito dai tunnel è indice anche del fatto che durante le invasioni barbariche i frati del convento dovevano nascondersi per custodire i tesori della chiesa: è quindi probabile che questi siano stati dei luoghi di rifugio per i frati.

Altro mistero riguarda il nome degli abitanti del circondario. Citando un passo di una poesia dialettale di Giuseppe Bistoni, artista originario di Casa del Diavolo: “Io me chièmo Peppe, qualcun se chièma Giono e qualcun altro, ‘nvece se chièma Mario”. Una comunità unita, genuina ed aperta al confronto con altre culture, come dimostra la questione dell’integrazione sociale, fenomeno che, in questo piccolo centro, avviene soprattutto nei bar. “Ci sono molti extra-comunitari, sono brava gente che si riunisce al bar di sera, quando finisce di lavorare. Fin’ora non abbiamo mai avuto problemi, si convive nella maniera più civile”, affermano alcuni personaggi che affollano nel tardo pomeriggio uno dei bar più frequentati della zona, mentre dalla bocca di altri traspare anche qualche insofferenza in proposito.

Testo di Marianna Leoni tratto da:

“Il Giornale dell’Umbria” di Sabato 12 Novembre 2005