I mulini del Tevere
Le acque del Tevere, derivate per mezzo del canale conosciuto come “reglia dei mulini di Sansepolcro”, muovevano i palmenti solamente di tre opifici al contrario dei dieci mulini alimentati dalla reglia di Anghiari, di cui si è detto nella prima parte, pubblicata nel numero precedente.
Il primo era il mulino di Falcigiano e, come anche gli altri due più a valle, verso la fine del XVIII secolo apparteneva alla Mensa Vescovile del Borgo. In quel tempo l’opificio era allivellato a Bartolomeo Gambi. Successivamente, all’impianto del catasto geometrico-particellare del Granducato di Toscana (1825), venne registrata come proprietaria la famiglia Giorni ed intorno alla metà del secolo rimase unico proprietario Benedetto Giorni. Tuttavia anche i Giorni pagavano il livello: nella registrazione catastale (1886) relativa alla successione dei figli in seguito alla morte di Benedetto, per la prima volta si legge che i Giorni erano livellari di Marco Collacchioni. Quando agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso il mulino cessò l’attività, i proprietari erano Noè e Francesco Giorni. Quest’ultimi scelsero di far confluire la propria attività di mugnai nel nuovo molino elettrico a cilindri denominato Mulino Biturgia, che diverrà poi il Mulino Sociale Altotiberino.
Il secondo opificio mosso dalle acque della reglia era il mulino di Manano, che recentemente era conosciuto come mulino ai Calabresi, ma che alla fine del Settecento era denominato mulino di Casaprato ed era allivellato a Bernardino Mucciachelli, così come all’impianto del catasto granducale. Il Mucciachelli lo lasciò a suo figlio Mattia. Intorno alla metà dell’Ottocento il mulino passò a Giuseppe Dragoni e, verso il 1870, da questi a Giovan Battista e Marco Collacchioni, per restare poi solamente a quest’ultimo. Anche questo mulino, come quello dello Spino, ricadevano dentro al podere che il Collacchioni donò in dote alla figlia Bianca. Con un atto di compravendita, registrato al catasto nel 1934, il mulino di Manano fu acquistato da Tommaso, Secondo e Guido Calabresi. Qualche hanno più tardi Guido restò unico proprietario e tenne l’opificio fino a che cessò l’attività alla metà degli anni Cinquanta del Novecento.
Poco prima di ricondurre le proprie acque al Tevere, la reglia dei mulini di Sansepolcro muoveva i palmenti di un opificio che proprio per la prossimità al fiume era conosciuto come mulino del Tevere, anche se più anticamente era detto mulino di S. Paterniano. Nel 1782 il mulino apparteneva alla famiglia Piccini, che a quell’epoca era livellara di quest’opificio e solo in seguito divenne proprietaria. Tuttavia in pratica il mulino è appartenuto a questa famiglia fino ai giorni nostri, anche se i proprietari hanno cambiato cognome in forza dei matrimoni delle figlie a cui passò in eredità nel corso degli anni. Così agli inizi degli anni Trenta del Novecento il nuovo proprietario era Bernardo Salvi ed attualmente appartiene al nipote di questi, Giovan Battista Mercati. Come gli altri opifici, anche il mulino del Tevere nel corso dell’Ottocento aggiunse la seconda coppia di macine e nel 1939 uno dei due palmenti venne mosso con un motore elettrico. Le due coppie di macine lavorarono fino agli inizi degli anni Cinquanta, quando i proprietari del mulino del Tevere entrarono soci al nuovo mulino a cilindri, che poi diverrà il Mulino Sociale Altotiberino, ed apportarono come capitale le strutture che potevano essere trasferite dell’antico opificio.
Le ragioni della lunga sopravvivenza di questi mulini che sorgevano nella pianura tra Anghiari e Sansepolcro, così come del resto anche per molti altri presenti nell’alta valle del Tevere, sono da attribuire alla generale persistente arretratezza della Valtiberina. Dal canto loro gli antichi mulini potevano sfruttare tutti quei vantaggi elencati come tipici dai manuali ottocenteschi: il minor costo dell’energia idraulica rispetto ad altri tipi di forza motrice; la diffusione delle colture cerealicole e la rigidità della domanda di macinazione per uso alimentare, per l’impossibilità di abbassare oltre il limite di sussistenza il consumo di alimenti prioritari come quelli ottenuti con il prodotto macinato dal mulino; il fattore distanza e la necessità di servirsi dei mulini più vicini; la possibilità per il piccolo imprenditore-mugnaio di produrre solamente pochi tipi di farina e pertanto di semplificare il processo produttivo con un conseguente minor impiego di manodopera specializzata o comunque esterna al proprio nucleo familiare. Questi fattori favorevoli alla sopravvivenza dei mulini idraulici vennero progressivamente meno a partire dalla metà degli anni Cinquanta del XX secolo. Infatti la crisi finale dell’attività molitoria coincise con la profonda trasformazione dell’economia rurale: negli anni fra il 1951 ed il 1958 chiusero il 25% degli opifici di tutta la Valtiberina toscana; inoltre diminuirono le potenzialità produttive di quelli che restarono aperti e complessivamente si persero più di 1000 quintali al giorno di produzione, quasi un terzo in sette anni.
Se prima della seconda guerra mondiale cessarono l’attività soprattutto i mulini più montani e periferici, con la rinascita del dopo-guerra, che coinvolse con profonde trasformazioni anche l’economia dell’alta valle del Tevere, fermarono per sempre i loro palmenti molti mulini ubicati in pianura e più vicini ai capoluoghi dei comuni: ad eccezione del mulino di Catorcio ancora oggi in attività e del mulino di S. Leo che si fermò alla fine degli anni Settanta, nel decennio del boom economico (1955-65 circa) chiusero definitivamente tutti i mulini ubicati nella pianura tra Anghiari e Sansepolcro che erano alimentati dalle acque dei due canali derivati dal Tevere.
Per alcuni mulini idraulici di Sansepolcro è da ritenersi che la presenza dei mulini a cilindri accelerasse la chiusura. Dal 1939 a Sansepolcro esisteva il mulino a cilindri gestito da Giuseppe e Guglielmo Boncompagni che cessò l’attività il 7 marzo 1975. Un altro mulino a cilindri lavorò per un breve periodo negli anni Quaranta, presso i lavatoi di Porta Romana. Infine si deve aggiungere la creazione del Molino Biturgia a Sansepolcro, che diverrà poi il Mulino Sociale Altotiberino. Infatti alcuni mugnai furono soci-fondatori ed altri ancora entrarono successivamente come soci: come già detto è il caso dei proprietari del mulino di Falcigiano e del mulino del Tevere, ma anche del mulino presso i lavatoi di Porta Romana che chiuse anch’esso per partecipare alla società nel moderno mulino sorto lungo la strada Statale Senese-Aretina, poco fuori porta Fiorentina.
Ad Anghiari il primo mulino elettrico fu aperto nel 1922 nel capoluogo da Giovanni Melani e divenne, nel 1928, di proprietà di Pietro Acquisti, Italiano e Giuliano Martini, poi solamente di quest’ultimo ed infine, nel dopo-guerra, di Aldo e Athos Martini. Qui invece la presenza di questo moderno opificio non causò la chiusura degli antichi mulini idraulici dell’ampia pianura verso Sansepolcro.
Tuttavia le profonde trasformazioni economiche della seconda metà del Novecento annullarono quel ruolo importante che i mulini da sempre avevano avuto nell’economia di una qualsiasi area geografica e condussero così alla chiusura di questi opifici fino ad allora essenziali nel meccanismo di soddisfacimento alimentare e che nel corso dei secoli avevano segnato passi fondamentali nell’evoluzione tecnica della storia dell’uomo: da un lato l’acqua corrente, divenendo la principale fonte di energia motrice, aveva sostituito la forza muscolare degli uomini e degli animali, dall’altro i mulini idraulici avevano condizionato la tecnologia fino al XVIII secolo.
