Elda, l’ultima testimone di un mondo scomparso
Elda, classe 1925, racconta: “Ho incominciato da piccolina a fare la lavandaia, aiutando la mamma, mio fratello mi costruì la “barca”, una sorta di inginocchiatoio formato da un pianale e tre spondine, due laterali e una anteriore che, sistemato sulla riva del fiume, mi evitava di bagnarmi completamente.
Ogni domenica, appena fatto giorno, tutte noi lavandaie partivamo dal. paese imboccando la “corta” (sentiero che congiungeva Pretola al centro di Perugia), giunte scalze alla fonte di “Fontenovo” ci si lavava i piedi e si indossavano gli zoccoli per entrare in città.
Si arrivava a Porta Pesa, e da lì ognuna si dirigeva alle proprie “poste” (venivano chiamati così i clienti). Le mie “poste” abituali si trovavano al Duomo, piazza d’Armi, piazza Grimana, porta Eburnea, scale della Canapina: praticamente tutto il giro di quello che era la città a quel tempo (fine anni ‘30), che durava all’incirca fino alle 16,00.
A quell’ora ci si ritrovava a Porta Pesa, dove erano stati radunati tutti i panni di ogni cliente racchiusi in un canovaccio. La mattina dopo si andava al Tevere con i panni, si bagnavano, si insaponavano e si riportavano a casa per la `bucata’.
Le postazioni delle lavandaie iniziavano dalla chiusa del molino e arrivavano fino davanti alla chiesa. In tutti i fondi del paese c’era il necessario per la `bucata’: una ‘fornacetta’, un rudimentale fornetto fatto di mattoni dove venivano sistemati i legnetti per scaldare l’acqua e sul quale veniva sistemato il “caldaio’ colmo d’acqua.
Poi vi erano le ’scine’, grandi vasi di terracotta con un foro nel fondo: queste erano le nostre lavatrici. Al fiume, ogni donna utilizzava la propria pietra, in parte immersa nell’acqua. Queste pietre erano spesso le stesse che usavano gli “uncinatori” (gli uomini che arpionavano i tronchi che il fiume trascinava); d’estate servivano alle lavandaie, d’inverno alla raccolta della legna.
I panni erano stati lavati: ora era il momento dell’asciugatura. Pretola era tutto uno sventolio di biancheria… A Porta Pesa c’erano i carrettieri che ci aspettavano davanti alla trattoria di `Argentino’ con il carico, e da lì si dava il via alla riconsegna dei panni puliti incassando i soldi dovuti.
Ricordo una vigilia di Natale prima della guerra in cui ci trovavamo senza soldi; io feci tre viaggi per portare i panni a destinazione, la mia sorella Natalia, più grande di me, ne fece cinque. Poi, incassati i soldi, di corsa alla bottega per arrivare prima che chiudesse e comperare qualcosa per il giorno della festa!
Per Carnevale le lavandaie indossavano buffonescamente gli indumenti che avevano in consegna: chi metteva addosso un’elegante giacca da camera, chi si arrotolava addosso un lenzuolo per poi ballare e cantare per le vie del paese.
Le lavandaie più anziane che io ricordo erano l’Adalgisa, l’Erminia, la Giuditta, la Bimba, l’Emma de Caranco…. molte di loro, dopo la guerra, entrarono a lavorare alla lavanderia dell’ospedale.”
Testimonianza raccolta da Graziano Vinti
