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	<title>Città del Tevere &#187; Tesori</title>
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		<title>Il Mulino di Pretola</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 13:50:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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Pretola, ecco come il Comune trasformerà il vecchio mulino in una piccola centrale idroelettrica
Il progetto: produrre energia elettrica da vendere sul mercato
 
La torre di Pretola con il vecchio mulino
di Daniele Bovi
Il Comune di Perugia si mette a produrre energia elettrica grazie alle vecchie pale del mulino di Pretola. La giunta Boccali infatti nei giorni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2011/11/Torre-di-Pretola.jpg" class="highslide-image" onclick="return hs.expand(this);"><img class="aligncenter size-full wp-image-2339" title="Torre-di-Pretola" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2011/11/Torre-di-Pretola.jpg" alt="" width="500" height="341" /></a></h2>
<h2>Pretola, ecco come il Comune trasformerà il vecchio mulino in una piccola centrale idroelettrica</h2>
<h3>Il progetto: produrre energia elettrica da vendere sul mercato</h3>
<p><em><strong> </strong></em></p>
<p style="display: inline !important;"><em><strong>La torre di Pretola con il vecchio mulino</strong></em></p>
<p><em><strong>di Daniele Bovi</strong></em></p>
<p>Il Comune di Perugia si mette a produrre energia elettrica grazie alle vecchie pale del mulino di Pretola. La giunta Boccali infatti nei giorni scorsi ha approvato lo studio di fattibilità che prevede il recupero della torre e del mulino, oggi in condizioni fatiscenti, che si affacciano lungo il Tevere alle porte della città. Un pezzo storico di Perugia che potrebbe tornare a nuova vita tramite una ristrutturazione che, secondo il progetto, prevede la trasformazione del vecchio mulino in una piccola centrale idroelettrica. Un intervento di valorizzazione previsto già nel Bilancio 2011 e che, se andrà in porto, sarà in grado non solo di ripagarsi interamente  bensì di generare guadagni per le casse di palazzo dei Priori.</p>
<p><strong>Progetto da 3,6 milioni </strong>Secondo le carte approvate dalla giunta infatti una prima stima dei costi ammonta a 3,6 milioni. Soldi che dovranno arrivare o da fondi propri del Comune o, purché disponibili in un arco temporale abbastanza breve, da fondi europei o similari. Visto il grado di fantascienza delle strutture una vendita viene esclusa dagli uffici tecnici che hanno così scelto la via della valorizzazione che prevede una messa a reddito della struttura. In termini tecnici l’intervento del Comune è una «opera calda», in grado cioè di garantire guadagni.</p>
<p><strong>I dettagli</strong> Lungo il tratto dell’antica chiusa ancora oggi visibile verrà costruito uno sbarramento artificiale (una parte sarà fissa e l’altra mobile) in cemento armato. Un canale, sempre in cemento armato, porterà poi l’acqua nella zona a ridosso del fiume dove verranno installate due turbine. Una con una portata da 10 metri cubi al secondo, mentre una seconda potrà reggere portate fino a 30 metri cubi al secondo. Dentro parte del vecchio mulino verrano poi realizzate le altre strutture necessarie come la sala macchine, i sistemi di comando e controllo e così via. Secondo i tecnici la sostenibilità ambientale dell’opera è garantita anche grazie ai livelli di invaso, paragonabili con quelli posti anticamente in essere all’epoca della realizzazione dell’antica chiusa.</p>
<p><strong>I ricavi </strong>La piccola centrale idroelettrica lungo il Tevere secondo i calcoli dei tecnici sarà in grado di garantire qualcosa come 1,6 milioni di chilowatt all’anno. Tanto per fare qualche esempio, un chilowatt è la quantità di energia elettrica che serve a tenere acceso per un giorno un frigo di ultima generazione, un pc per sei ore o che garantisce una doccia di 30 litri con acqua a 40 gradi. Sul mercato questi 1,6 milioni genererebbero 354 mila euro all’anno di introiti da vendita per le casse del Comune. I costi di gestione ammonterebbero invece a circa 50 mila euro annui. Ponendo che il Comune ricorra ad un mutuo trentennale per finanziare l’opera, questo significa che tolti ammortamenti e oneri vari a palazzo dei Priori finirebbero, con il passare degli anni, da 40 mila ad oltre 120 mila euro ogni 12 mesi.</p>
<address><a href="http://www.umbria24.it/pretola-ecco-comune-trasformera-vecchio-mulino-piccola-centrale-idroelettrica/68963.html" target="_blank">www.umbria24.it</a></address>
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		<title>Villa Santa Petronilla</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 14:04:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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Situata in Perugia al secondo chilometro della Via Eugubina, la Villa è tanto legata al famoso pittore umbro, conte Lemmo Rossi Scotti, nato a Perugia il 24 febbraio 1848, per essere stata la sua residenza da essere chiamata da alcuni, ancora oggi, Castello Lemmo Rossi Scotti.
Questa denominazione deriva dal fatto che il conte aveva realizzato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-284" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/Petronilla.jpg" alt="" width="500" height="222" /></p>
<p>Situata in Perugia al secondo chilometro della Via Eugubina, la Villa è tanto legata al famoso pittore umbro, conte Lemmo Rossi Scotti, nato a Perugia il 24 febbraio 1848, per essere stata la sua residenza da essere chiamata da alcuni, ancora oggi, Castello Lemmo Rossi Scotti.</p>
<p>Questa denominazione deriva dal fatto che il conte aveva realizzato la sua residenza trasformando antiche rovine in un variegato complesso architettonico costituente un unicum dall’aspetto di un castello neogotico che oggi è stato, con il suo parco, decretato quale bene culturale.</p>
<p>La villa è citata e fotografata nel volume “Perugia della bell’epoca 1859-1915” di Ugoccione Ranieri, Perugia 1969, il quale a pag. 333, scrive: “…giù a Santa Petronilla, sulla strada di Ponte Felcino, Lemmo Rossi Scotti, tra una pennellata e l’altra, finirà la sua nuova villa per la quale egli, come spiega a tutti, ha lavorato personalmente facendo di tutto, anche il fabbro! La casa si inaugurò con una gran festa il 30 dicembre” correva l’anno 1887.</p>
<p style="text-align: center"><img class="size-full wp-image-285  aligncenter" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/Lemmo-Rossi-Scotti.jpg" alt="" width="437" height="250" /><em><br />
Olio su tavola &#8220;Fiore di grano&#8221; di Lemmo Rossi Scotti.</em></p>
<p><strong>L&#8217;ARTISTA</strong></p>
<p>Lemmo Rossi Scotti resta un dei maggiori pittori ottocenteschi di battaglie, tanto da ottenere il favore della casa reale, che gli acquistò un’opera presentata all’Esposizione Nazionale di Torino del 1880.</p>
<p>Il suo nome è ricordato nelle enciclopedie d’arte italiane ed estere, quali ad esempio: A. De Bubernatis, A. Lupattelli, E. Bénézit, Comanducci, Thieme e Becker-Scheffauer.</p>
<p>Numerose sono le riviste dell’epoca in cui si cita il conte Lemmo Rossi Scotti in termini elogiativi: ad esempio nella Rivista Umbra del 1910, a pag. 42, B. Ugo Mazzari, anteponendo l’arte di Lemmo Rossi Scotti a quella del Fattori, così scriveva: “…l’arte di Lemmo Rossi Scotti che si compiacque sovente di svolgere temi guerreschi, non ha nulla di comune con quella di Giovanni Fattori, fiorentino. A parte il valore del disegno e della tecnica in cui Rossi Scotti supera certamente il pittore toscano…”</p>
<p><em>Per informazioni: Telefono e Fax 075.691156</em></p>
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		<title>Eremo di Monte Corona</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 13:43:31 +0000</pubDate>
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Le vicende dell&#8217;Eremo di Monte Corona sono strettamente legate a quelle dell&#8217;Abbazia di San Salvatore, già sede dei camaldolesi e dei coronesi.
Morto Paolo Giustiniani il 28 giugno 1528 sul Monte Soratte a 52 anni d&#8217;età, venne eletto maggiore dei coronesi Agostino da Bassano e poi, alla sua morte (1529), Giustiniano da Bergamo, che fu un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img class="size-full wp-image-261 aligncenter" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/EremoMontecorona.jpg" alt="" width="450" height="321" /></p>
<p>Le vicende dell&#8217;Eremo di Monte Corona sono strettamente legate a quelle dell&#8217;Abbazia di San Salvatore, già sede dei camaldolesi e dei coronesi.</p>
<p>Morto Paolo Giustiniani il 28 giugno 1528 sul Monte Soratte a 52 anni d&#8217;età, venne eletto maggiore dei coronesi Agostino da Bassano e poi, alla sua morte (1529), Giustiniano da Bergamo, che fu un solerte propagatore della regola di Paolo Giustiniani. Giustiniano da Bergamo, che viene considerato il secondo padre dei coronesi, propose al Capitolo generale l&#8217;erezione di un eremo a somiglianza di quello di Camaldoli, che fosse capo di tutta la Congregazione.</p>
<p>Dopo molte proposte fu stabilito di fabbricarlo sulla vetta del Monte Corona, per la vicinanza all&#8217;Oratorio di San Savino e all&#8217;Abbazia di San Salvatore. Nel 1530, quando furono iniziati i lavori per la costruzione dell&#8217;Eremo, la chiesa dell&#8217;Abbazia era quasi diroccata, tanto che gli eremiti chiesero al papa Clemente XII la facoltà di demolirla ed usare i materiali recuperati per la costruzione del nuovo edificio religioso sulla vetta del Monte. Il papa concesse l&#8217;autorizzazione, ma proibì di demolire l&#8217;antica cripta. Intanto alcuni seguaci di Paolo Giustiniani si erano stabiliti nella piccola cappella a metà Monte, dedicata a San Savino, alla quale il patrizio perugino Raniero Beltramo aveva donato nel 1209 un appezzamento di terreno nei dintorni. Per una provvisoria sistemazione i monaci eressero le loro cellette attorno alla primitiva cappella, utilizzando tronchi d&#8217;albero, pietre e fango ed ogni giorno si recavano sulla sommità del Monte per portare avanti i lavori di costruzione del nuovo eremo.</p>
<p>Oggi la cappella di San Savino è stata trasformata in una casa di civile abitazione; un tempo aveva la sacrestia adorna di affreschi a graffiti, due piccole cellette con camino e, fin dalle origini dell&#8217;Eremo, i monaci, un laico e un sacerdote, a mezzanotte, vi celebravano gli uffici divini.</p>
<p><a title="Strada “la mattonata”" href="http://www.cittadeltevere.it/strada-la-mattonata/">Strada &#8220;la mattonata&#8221;</a></p>
<p><a title="Coronesi e Camaldolesi" href="http://www.cittadeltevere.it/coronesi-e-camaldolesi/">Coronesi e Camaldolesi</a></p>
<p><a title="La Repubblica Romana" href="http://www.cittadeltevere.it/la-repubblica-romana/">La Repubblica Romana</a></p>
<p><a title="Il Regno d’Italia" href="http://www.cittadeltevere.it/il-regno-ditalia/">Il Regno d&#8217;Italia</a></p>
<p><a title="Il guru Sri Satyananda" href="http://www.cittadeltevere.it/il-guru-sri-satyananda/">Il guru Sri Satyananda</a></p>
<p><a title="Bibliografia Eremo di Montecorona" href="http://www.cittadeltevere.it/bibliografia-eremo-di-montecorona/">Bibliografia</a></p>
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		<title>Underground d&#8217;altri tempi &#8211; Amelia, Narni e Orvieto</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 15:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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Amelia, Narni e Orvieto. Tre realtà sotterranee umbre che da sole rivelano la storia e il passato di una regione che ha visto prima la dominazione etrusca e poi quella romana. Queste città sono caratterizzate da una fitta rete di grotte e cisterne, dei veri e propri mondi sotterranei in grado di far apprezzare maggiormente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img class="aligncenter size-full wp-image-353" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/Narni-sotterranea.jpg" alt="" width="400" height="300" /></p>
<p style="text-align: left">Amelia, Narni e Orvieto. Tre realtà sotterranee umbre che da sole rivelano la storia e il passato di una regione che ha visto prima la dominazione etrusca e poi quella romana. Queste città sono caratterizzate da una fitta rete di grotte e cisterne, dei veri e propri mondi sotterranei in grado di far apprezzare maggiormente la cultura e le tradizioni umbre. E proprio per comprendere meglio la conformazione di questi ambienti ipogei e quel sottile filo d&#8217;Arianna che li lega, ci siamo rivolti ad un esperto dell&#8217;underground umbro, il Presidente dell&#8217;Associazione Culturale Subterranea, Roberto Nini.</p>
<p>&#8220;Le grotte di Amelia, Narni e Orvieto non sono collegate fisicamente ma in maniera virtuale, dalla storia dell&#8217;Umbria, dagli Etruschi al Medioevo, passando per i Romani. Proprio nel Medioevo i locali sotterranei delle tre città sono stati impiegati per gli usi più disparati; al loro interno venne anche allestito il Tribunale dell&#8217;inquisizione. Le cisterne hanno avuto un&#8217;importanza storica molto rilevante &#8211; precisa Nini &#8211; sono sempre state utilizzate nel corso  dei secoli per risolvere il problema della piovosità; servivano infatti come serbatoi di raccolta dell&#8217;acqua piovana in previsione della stagione calda. Le cisterne sono state impiegate fino all&#8217;inizio della seconda guerra mondiale. Le platee forensi erano utilizzate come superficie di raccolta dell&#8217;acqua, così come i tetti&#8221;. Ma come sono state realizzate queste grotte e, soprattutto, da chi? &#8220;Il primo sottosuolo venne scavato dall&#8217;uomo &#8211; gli Etruschi iniziarono l&#8217;opera &#8211; che facilmente penetrò le rocce più morbide; il tufo venne lavorato in tutte le forme, così come dimostrano le zone etrusche di Orvieto. Poi si è passati allo scavo di calcari, Narni ne è un esempio.</p>
<p>Opere di questo genere si sono limitate però allo stretto indispensabile, poiché costavano all&#8217;uomo molta più fatica&#8221;. Spesso queste zone nascoste</p>
<p>dell&#8217;Umbria hanno un&#8217;origine del tutto artificiosa. &#8220;Quando non fu più possibile scavare &#8211; spiega Roberto Nini &#8211; l&#8217;uomo ha costruito in mjraura sottoterra e poi ricoperto; ne sono esempio alcuni tratti dell&#8217;acquedotto&#8221;. La realizzazione di questi ambienti sotterranei è poi passata per quella che Nini ha definito &#8220;sovrapposizione muraria di edifici. Non mancano casi in cui un edificio romano abbandonato sia stato utilizzato come fondazione per palazzi dell&#8217;VIII secolo. I sotterranei, così, diventano tali per ricostruzione.</p>
<p>Proprio Narni offre diversi esempi di questa &#8220;arte&#8221; architettonica. L&#8217;itinerario nell&#8217;underground della città inizia infatti sotto il complesso conventuale di San Domenico. edificato, edificato sopra una chiesa del XII secolo che costituisce il portale d&#8217;ingresso nell&#8217;area ipogea. Santa Maria della Rupe, questo il nome della chiesa, divenne famosa in occasione del Giubilieo del 2000, per via della fortunosa scoperta di un manoscritto del XVIII secolo che testimoniava che il luogo sacro era stato dedicato all&#8217;Arcangelo Michele. Dalla chiesa, interamente affrescata dai maggiori artisti umbri, si accede poi ad una cisterna romana nella quale sono stati esposti la &#8220;groma&#8221; e il &#8220;chorobate&#8221;, due strumenti usati dai romani per costruire strade ed acquedotti. Attraverso una piccola porta si accede ad una grande sala identificata, grazie alla presenza di numerosi strumenti di tortura, come il Tribunale dell&#8217;Inquisizione. Al suo interno è stata rinvenuta anche una piccola prigione sulle cui pareti i condannati avevano riportato date, nomi e simboli mediante l&#8217;utilizzo di un coccio appuntito.</p>
<p>Altrettanto vario è il paesaggio sotterraneo di Orvieto che, per la natura della sua pietra, tufacea e vulcanica, ha una conformazione ipogea molto particolare. Il sottosuolo è composto da tante piccole cisterne, le prime delle quali portate a termine dagli etruschi, che vi realizzarono inoltre una serie di pozzi ai quali si aggiunsero, dopo il Medioevo, il pozzo della Cava e il pozzo della Roca, detto di San Patrizio.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo costituisce a tutti gli effetti l&#8217;opera idrica più famosa di Orvieto. Realizzato nel 1537, è un&#8217;importante tappa architettonica, con i suoi 54 metri di profondità e una circonferenza esterna di oltre 12 metri. Questa realizzazione è caratterizzata da una doppia rampa che permetteva agli animali utilizzati per il trasporto d&#8217;acqua di avvicinarsi e allontanarsi dal pozzo senza creare problemi di affollamento. Nel sottosuolo orvietano sono presenti inoltre numerosi colombari; al loro interno si possono trovare ancora le piccole celle dove nidificavano i colombi. La loro struttura architettonica fa prevedere che siano stati costruiti come realtà a sé stante e solo in un secondo momento collegati all&#8217;ipogeo.</p>
<p>Quello di Amelia è senza ombra di dubbio il sottosuolo più omogeneo dell&#8217;Umbria, composto com&#8217;è da sole cisterne. Realizzate dai romani, hanno come ingresso l&#8217;atrio di un palazzo. La loro costruzione è dovuta alla necessità dei cittadini umbri di conservare una quantità d&#8217;acqua che permettesse loro di superare l&#8217;estate sopravvivendo alle crisi idriche che la stagione calda portava con sé. Realizzandole i romani non lasciarono davvero nulla al caso; la loro conformazione è tutt&#8217;ora perfetta, tale da contenere e mantenere pronta all&#8217;uso un&#8217;enorme quantità di acqua, convogliata al loro interno grazie ai tetti delle abitazioni ma soprattutto alle piazze di Amelia, nelle quali era vietato il passaggio degli animali, per evitare il deposito di escrementi. L&#8217;acqua che entrava nelle cisterne  raggiungeva i vani sotterranei, ad iniziare dal primo, il più importante, che conserva ancora oggi le sue peculiarità architettoniche.</p>
<p>Gli ambienti, dieci per l&#8217;esattezza, erano formati sostanzialmente da una muratura perimetrale, di contenimento, il fondo era impermeabilizzato grazie all&#8217;impiego di una particolare malta. Insomma, quello sotterraneo di Narni, Orvieto ed Amelia è un paradiso nascosto a tutti gli effetti che, proprio per le sue origini storiche e l&#8217;utilità sociale avuta in passato , merita di essere visitato. Al suo interno riecheggiano tradizioni, espressioni e arti della cultura umbra e italiana.</p>
<p>Tratto da:</p>
<p><strong><em>&#8220;I Viaggi di Repubblica&#8221;</em></strong><br />
Anno VIII &#8211; Numero 339</p>
<p>23 settembre 2004<a href="http://www.comune.orvieto.tr.it/" target="_blank"><br />
</a></p>
<p><a href="http://www.amelia.it/" target="_blank">Sito del Comune di Amelia</a></p>
<p><a href="http://www.comune.orvieto.tr.it/" target="_blank">Sito del Comune di Orvieto</a></p>
<p><a href="http://www.narnisotterranea.it/" target="_blank">Sito di Narni sotterranea</a></p>
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		<title>Chiesa di Santa Maria &#8211; Pieve Pagliaccia (Perugia)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 15:45:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cristina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tratto da: LA CHIESA DI SAN BEVIGNATE, I TEMPLARI E LA PITTURA PERUGINA DEL DUECENTO.
PIETRO SCARPELLINI.
(&#8230;) E qui è bene rammentare che, fino dal 1236, vi era in San Francesco d’Assisi un insigne esempio di “patiens”, la grande croce dipinta da Giunta Pisano, poi andata perduta, ma che può venir ricostruita sulla base dell’esemplare più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="size-full wp-image-241 alignleft" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/Chiesa-di-Santa-Maria.jpg" alt="" width="265" height="400" />Tratto da: LA CHIESA DI SAN BEVIGNATE, I TEMPLARI E LA PITTURA PERUGINA DEL DUECENTO.<br />
PIETRO SCARPELLINI.</em></p>
<p>(&#8230;) E qui è bene rammentare che, fino dal 1236, vi era in San Francesco d’Assisi un insigne esempio di “patiens”, la grande croce dipinta da Giunta Pisano, poi andata perduta, ma che può venir ricostruita sulla base dell’esemplare più piccolo firmato dallo stesso artista, a mio avviso quasi coevo, oggi conservato nel piccolo museo di Santa Maria degli Angeli. Comunque solo tale dato iconografico, l’inarcarsi del torso fortemente segnato nelle costole e nello sterno, ci parla, per quel tanto che si può vedere tutt’oggi, di una cultura figurativa neobizantina.</p>
<p>Tutto il resto, dalla disposizione dei piedi simmetrici e divaricati, inchiodati separatamente sul suppedaneo, fino alla tipologia della Vergine e del Battista, si inserisce nella vecchia tradizione delle crocefissioni romaniche.</p>
<p>Come sostanzialmente vi aderisce anche un’altra Crocefissione, esistente insieme ad una Flagellazione nella Chiesa di Pieve Pagliaccia oltre il Tevere, sulle colline che fiancheggiano la strada per il Piccione e Gubbio, probabilmente leggermente posteriore rispetto all’affresco di San Bevignate. Malgrado vi sia una maggior presa di coscienza del nuovo modello assisiate, nella più agile cadenza ritmica del corpo, nella presentazione del piede destro visto di profilo (proprio come nel Crocefisso di Santa Maria degli Angeli), nelle tipiche forcelle alle radici dei nasi la sostanza formale rimane ancora romanica.</p>
<p>Vedi la scansione metrica delle figure laterali che si inseriscono negli spazi armoniosamente modulati dalle braccia del Cristo e della Croce stessa sopra il fondo filettato; vedi la costruzione frontale e ritmica, il gioco delle mani, la simmetrica conversione dei due angeli alla sommità.</p>
<p>Mentre inflessioni tipicamente perugine si avvertono nella soluzione grafica nel segno continuo (di cui è agevole, credo, riconoscere l’origine miniatoria), nella moderata espressività, che finisce col dare alle figure un atteggiamento distaccato, pacato, e neppure del tutto privo di accenti più o meno scopertamente ironici. Resta, ad ogni buon conto esclusa da tali rappresentazioni l’incidenza del nuovo, più arrovellato, drammatico linguaggio del cosiddetto Maestro di San Francesco, il quale evidentemente non aveva ancora fatto la sua apparizione in quest’area artistica.</p>
<p><em>Tratto da: L’ITALIA &#8211; ENCICLOPEDIA E GUIDA TURISTICA D’ITALIA &#8211; VOL. MARCHE UMBRIA</em></p>
<p>A parte altri lavori sparsi, come gli affreschi dell’abbazia dei Santi Severo e Martirio presso Orvieto, del Duomo di Narni, datato 1236, e altro col Martirio di San Lorenzo nell’abbazia di Collemancio, databile ai primi del Duecento, un gruppo relativamente omogeneo si trova nell’area perugina. Il monumento più antico e più problematico è quello datato 1225 e firmato da un Bonamicus, nella Chiesetta di San Prospero a Perugia: è opera decisamente popolaresca, romana per certi motivi iconografici, ma con forme espressionistiche che fanno anche pensare a influenze nordiche.</p>
<p>Della metà circa del Duecento sono anche due affreschi con La Flagellazione e La Crocefissione nella parrocchiale di Pieve Pagliaccia, di una cultura più evoluta, ma anche essa ispirata a modelli romani.</p>
<p>Di poco successivi sono gli importanti affreschi nella Chiesa di San Bevignate pure a Perugia, specialmente il grande Giudizio finale, che, se nell’impaginazione delle varie figure ricorda le Bibbie Atlantiche, in particolare quella di Todi, nell’iconografia, per esempio nell’immagine del Cristo con le braccia levate, riflette motivi francesi.</p>
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		<title>Abbazia di Camporeggiano &#8211; Camporeggiano (Perugia)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 15:30:02 +0000</pubDate>
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A circa 18 chilometri da Gubbio, sulla SS 219 s&#8217;incontra la frazione di Camporeggiano ai piedi di una piccola altura dal vocabolo di Monte Cavallo in cima alla quale si intravedono i ruderi del castello già dimora feudale della nobile famiglia Gabrielli. Il castello era sorto attorno all&#8217;antica torre del VI o VII secolo costruita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-230" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/Abbazia-di-Camporeggiano.jpg" alt="" width="500" height="357" /></p>
<p>A circa 18 chilometri da Gubbio, sulla SS 219 s&#8217;incontra la frazione di Camporeggiano ai piedi di una piccola altura dal vocabolo di Monte Cavallo in cima alla quale si intravedono i ruderi del castello già dimora feudale della nobile famiglia Gabrielli. Il castello era sorto attorno all&#8217;antica torre del VI o VII secolo costruita a guardia della valle che faceva parte del famoso &#8220;corridoio bizantino&#8221; che univa Roma a Ravenna al tempo dei longobardi.</p>
<p>Nel 1057 avvenne una straordinaria donazione che cambiò la situazione della zona che divenne terra di monaci. I tre fratelli Gabrielli, Pietro, Giovanni e Rodolfo, insieme alla madre Rozia, donarono a S. Pier Damiani, Priore di Fonte Avellana e ai suoi successori, dopo aver liberato gli schiavi e i servi della gleba, l&#8217;intera proprietà comprendente il castello, i beni e la villa di Camporeggiano. L&#8217;unica condizione, la erezione di un monastero in onore dell&#8217;Apostolo S. Bartolomeo. Rodolfo e Pietro si ritirarono nel monastero di fonte Avellana. Il fratello Giovanni rimase a Camporeggiano e divenne il priore del monastero di S. Bartolomeo.</p>
<p>Non si sa se il monastero venne edificato ex novo o su di una struttura già esistente. Intanto &#8220;Rodolfo e Pietro cominciarono a praticare la vita eremitica con una tale severità ed assduità che ben presto si sparse la fama della loro santità. Il loro modo di vivere veramente eccezionale e insolito faceva si che fossero di esempio di vita religiosa ed eremitica per tutti i loro confratelli&#8221; (Lettera di S. Pier Damiani ad Alessandro II). Rodolfo poi eccelleva oltre che per santità anche per dottrina tanto che a lui S. Pier Damiani affidava la correzione dei suoi opuscoli con piena fiducia.</p>
<p>Avendo il santo dottore l&#8217;alta vigilanza sulla diocesi di Gubbio, ne propose Rodolfo come vescovo, benchè non ancora trentenne e, nella lettera citata, ci riferisce che &#8220;Rodolfo, pur essendo promosso alla dignità vescovile, non tralasciò di praticare nel governo della Chiesa Eugubina quanto aveva appreso all&#8217;eremo. Assiduo nel predicare e nell&#8217;ammonire non badava a asacrifici e a disagi. Tutto ciò che gli riusciva di risparmiare sulle spese domestiche lo impiegava completamente nell&#8217;alleviare le miserie dei poveri. Radunava ogni anno il Sinodo; non voleva però che in tale occasione i sacerdoti gli portassero le tasse e i contributi a lui dovuti&#8221;. Ancor giovane ma stremato dalle fatiche e dalle penitenze moriva nell&#8217;anno 1064. &#8220;Ero partito da poco da Roma e avevo appena raggiunto le mura di Firenze &#8211; scrive il Damiani &#8211; quando mi giunse la notizia che cambiò per me la luce del mezzogiorno in oscure tenebre e riempi le mie viscere di amaro fiele: era morto il Vescovo di Gubbio&#8221;.</p>
<p>Frattanto il monastero di S. Bartolomeo aveva conosciuto un bello sviluppo tanto che papa Alessandro II già nel 1063 lo aveva reso esente da ogni giurisdizione e preso sotto la diretta protezione della Santa Sede a condizione che &#8220;a caritate eremi Fontis Avellanae non recedat&#8221; La famiglia monastica fu sciolta nel 1417 e il monastero ceduto agli olivetani.</p>
<p>Oggi la chiesa è sede della Parrocchia di S. Bartolomeo con trasferimento dalla chiesa di S. Michele Arcangelo in Sioli. A pianta basilicae è costituita da tre navate con presbiterio sopraelevato con scalinata ricostruita e sottostante cripta cui si accede per due scalinate laterali. Sono riferibili all&#8217;edificio romanico originario le arcate, i pilastri e la cripta. E&#8217; in progetto la riapertura della navata di destra, da tempo chiusa e utilizzata ad altri usi dai proprietari dell&#8217;azienda che occupa la vecchia struttura abbaziale.</p>
<p><a title="Bibliografia Abbazia di Camporeggiano" href="http://www.cittadeltevere.it/bibliografia-2/"><em>Bibliografia</em></a></p>
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		<title>La Torre di Pretola &#8211; Pretola (Perugia)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 15:07:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La Torre di Pretola costituisce il vanto e il simbolo del paese.
Costruita nel tardo Medioevo a difesa del mulino e del palazzo dei feudatari del luogo, essa fu teatro della lotta fra le due fazioni che si contendevano il potere in città (i Beccherini e i Raspanti).
La Torre fu presa d&#8217;assalto da Braccio Fortebraccio da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-214" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/Torre_di_Pretola.jpg" alt="" width="200" height="268" />La Torre di Pretola costituisce il vanto e il simbolo del paese.</p>
<p>Costruita nel tardo Medioevo a difesa del mulino e del palazzo dei feudatari del luogo, essa fu teatro della lotta fra le due fazioni che si contendevano il potere in città (i Beccherini e i Raspanti).</p>
<p>La Torre fu presa d&#8217;assalto da Braccio Fortebraccio da Montone, e passò più tardi con i suoi annessi dalla proprietà della famiglia Boccoli a quella dell&#8217;Ospedale di Santa Maria della Misericordia.</p>
<p>La sua importanza, come è stato giustamente notato, risiedette nella duplice funzione assolta, di fortificazione strategica e di organismo economico.</p>
<p>Tutto il complesso versa oggi in uno stato di pietoso e immeritato abbandono.<img class="size-full wp-image-218 alignright" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/Torre_di_Pretola2.jpg" alt="" width="200" height="270" /></p>
<p><strong>La storia</strong></p>
<p>(&#8230;) Che la villa di Pretola sia stata in antiche età molto popolosa lo dimostra il fatto delle numerosissime tracce di mura che s&#8217;incontrano scavando il terreno.</p>
<p>V&#8217;è una tradizione fra gli abitanti, secondo la quale, a più di migliaia di persone sarebbe ascesa un tempo la popolazione del luogo, che sarebbe stato perciò una piccola città, la quale da ripetuti incendi sarebbe poi stata distrutta.</p>
<p>(&#8230;) La città di Perugia, governata dai popolari, durante le controversie gravissime che ebbe dal 1365 al 1370 con papa Urbano V da una parte, e coi Baglioni che tentavano di riprendere il governo dall&#8217;altra, fece fortificare anche la villa di Pretola, dove con molta spesa fece ridurre a ben difesa fortezza il palazzo che ivi possedeva la nobile famiglia Boccoli, la quale nel 1371, conclusa la pace e la sottomissione della città al pontefice, ne rientrò in possesso.</p>
<p>(&#8230;) E&#8217; certo che a quel palazzo erano fin d&#8217;allora annessi i molini e la torre, i quali fabbricati fra il 1375 e il 1379 passarono in proprietà della città di Perugia, che in quest&#8217;anno ne ordinò ampi e durevoli restauri.</p>
<p>(&#8230;) Però nel 1439 la torre ed il molino erano già proprietà dell&#8217;Ospedale, perché in tale anno questo fa domanda ai Priori della città di poter costruire un forte sopra il suo molino di Pretola.</p>
<p>(&#8230;) Si legge che Braccio Fortebraccio dopo aver preso nel 1410 il Ponte Pattoli e dato il guasto a tutte le case e ville di quei dintorni, venne a Pretola, l&#8217;incendiò e ne rovinò tutti i molini.</p>
<p><a title="I Capitani del Contado" href="http://www.cittadeltevere.it/i-capitani-del-contado/">I Capitani del Contado</a></p>
<p><a title="Bibliografia" href="http://www.cittadeltevere.it/bibliografia/">Bibliografia</a></p>
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		<title>Eremo di Buonriposo &#8211; Città di Castello (Perugia)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 14:47:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[San Francesco nei suoi pellegrinaggi verso la Verna, aveva come via quasi obbligatoria, quella dell&#8217;Alta Valle del Tevere. Passando da Città di Castello, era solito ritirarsi in preghiera in un luogo isolato, posto nella collina a destra del Tevere, sulle pendici del Monte Citerone.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-206" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/Eremo-di-Buonriposo.jpg" alt="" width="350" height="248" />San Francesco nei suoi pellegrinaggi verso la Verna, aveva come via quasi obbligatoria, quella dell&#8217;Alta Valle del Tevere. Passando da Città di Castello, era solito ritirarsi in preghiera in un luogo isolato, posto nella collina a destra del Tevere, sulle pendici del Monte Citerone.</p>
<p>Qui esisteva già un &#8220;romitorio&#8221;, costituito da alcune grotte naturali, rifugio adatto alla preghiera e alla vita contemplativa.</p>
<p>Il luogo, chiamato Santa Croce di Nuvole, sembra abbia acquisito la denominazione attuale di Buonriposo, dalle parole dello stesso S. Francesco, che, quando si fermava per riposarsi un pò in quella pace, era solito esclamare: &#8220;Oh, che buon riposo&#8221;.</p>
<p><strong>Notizie storiche</strong></p>
<p>Le cronache di Città di Castello cominciano ad interessarsi di Buonriposo e dei Francescani che vi abitavano, quando la città corse il pericolo di essere assalita dai Visconti nel 1352.<br />
L&#8217;Amministrazione Comunale di Città di Castello decise di portare all&#8217;Eremo una campana, da suonare in caso di pericolo e, nello stesso anno, furono aggiunti al primitivo romitorio, chiesa e convento.<br />
Significativo nella storia dell&#8217;Eremo fu l&#8217;arrivo nel 1365 dei Gesuati, nuovo ordine fondato dal beato Giovanni Colombini da Siena.</p>
<p>Dopo qualche anno, i Gesuati ricevettero in donazione dalla famiglia Guelfucci di Città di Castello, alcune terre in località Buonriposo e le due comunità religiose si trovarono ad abitare l&#8217;una vicina all&#8217;altra.<br />
La convivenza fu assai difficile, perché i Gesuati si sentivano &#8220;padroni&#8221; avendo ereditato le terre, e i Francescani non volevano allontanarsi dal luogo caro a San Francesco.<br />
Per porre termine al dissidio, nel 1401 il Comune di Città di Castello pagò la somma di 50 fiorini ai Gesuati, affinché lasciassero le terre ai Francescani che, nel frattempo, avevano aderito alla regola dell&#8217;osservanza (esperienza diffusasi in quasi tutta l&#8217;Italia Centrale, che consisteva nel seguire la primitiva rigida regola dettagliata da San Francesco).</p>
<p>Secondo documenti di archivio, la questione è sicuramente risolta nel 1431, allorché Buonriposo risulta inserito nell&#8217;elenco dei conventi Francescani del territorio di Città di Castello.<br />
Quando nel 1650, con una bolla del Papa Innocenzo X, vennero chiusi tutti in conventi con meno di 10 religiosi, a Buonriposo ne vivevano 12: infatti il guardiano del convento dette risposta ad un questionario della curia romana, che chiedeva il numero e gli uffici dei frati.<br />
Gli osservanti restarono a Buonriposo fino al 1864, abbandonando l&#8217;Eremo solo per 10 anni, agli inizi del XIX secolo, durante la dominazione napoleonica. Nel 1864 le autorità italiane decretarono la chiusura del convento, che fu ceduto ai privati.</p>
<p>Nell&#8217;aprile del 1894 era proprietario Domenico Palazzeschi, che manifesò al Padre Provinciale degli Osservanti la sua intenzione di restituire il Convento ai Francescani, ma la proposta non ebbe esito concreto.<br />
L&#8217;Eremo di Buonriposo rimase sempre attivo nei secoli ed ospitò molti religiosi, divenuti poi celebri, come Sant&#8217;Antonio da Padova, San Bonaventura e San Bernardino da Siena.<br />
Vi soggiornò anche a lungo il Beato Francesco da Pavia, a proposito del quale, viene riferito il seguente aneddoto, che può avere ispirato il film &#8220;Marcellino, pane e vino&#8221;.</p>
<p>&#8220;Di notte tempo, uno sconosciuto bussò alla porta del Convento di Buonriposo. Il frate addetto andò ad aprire, ma non trovò altro che un bimbo appena nato, avvolto nstoffa di lana. Lo aveva abbandonato lo sconosciuto padre, perché frutto di un&#8217;illecita relazione. I Frati del Convento ne fuorno scandalizzati tanto da volerlo rifiutare, ma il beato Francesco da Pavia lo prese in braccio ed invitò i frati ad avere tanta carità verso il piccolo, che per diverso tempo visse e crebbe con i frati&#8221;.<br />
<em>(Da la Francescana, testo volgare umbro del sec. XV).</em></p>
<p>Anche nella II guerra mondiale, l&#8217;Eremo ebbe la sua importanza. Infatti, durante la ritirata dei tedeschi, offrì rifugio a numerosi sfollati, che forno costretti a ritornare in città, quando gli inglesi cominciarono il connoneggiamento di Monte Cedrone, dove era una postazione tedesca.<br />
Oggi Buonriposo è abitato dagli eredi di Domenico Palazzeschi.</p>
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		<title>Civitella D&#8217;Arna e le Campane &#8211; Civitella D&#8217;Arna (Perugia)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 14:35:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cenni Storici
Gli Etruschi di Perugia costruirono di là dal Tevere due città fortezza: Vettona (l&#8217;odierna Bettona) e Arna. Arna fu così chiamata perché in etrusco &#8220;arno&#8221; significava &#8220;corrente del fiume&#8221;. Arna sorgeva dunque di fronte a Perugia, sulla sommità della prima collina venendo dal Tevere. Da Civitella d&#8217;Ama si ha così una eccezionale vista a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-202" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/CivitellaDArna.jpg" alt="" width="350" height="238" />Cenni Storici</strong></p>
<p>Gli Etruschi di Perugia costruirono di là dal Tevere due città fortezza: Vettona (l&#8217;odierna Bettona) e Arna. Arna fu così chiamata perché in etrusco &#8220;arno&#8221; significava &#8220;corrente del fiume&#8221;. Arna sorgeva dunque di fronte a Perugia, sulla sommità della prima collina venendo dal Tevere. Da Civitella d&#8217;Ama si ha così una eccezionale vista a 360° di tutto ciò che la circonda.</p>
<p>Gli Etruschi sapevano ben individuare, per le loro città, luoghi perfettamente dominanti, anche di grande rilievo strategico. Durante l&#8217;ultima guerra mondiale, le armate alleate, giunte il 6 giugno 1944 a Roma, erano pochi giorni dopo davanti ai castelli di Civitella d&#8217;Arna e di Ripa, e qui furono bloccate per parecchi giorni.</p>
<p>Arna ebbe un grande sviluppo durante l&#8217;impero di Roma, tanto che fra il V e VI secolo d.C. era vescovato. Dopo la fine dell&#8217;Impero romano, tutta l&#8217;area fra Perugia e Assisi fu per secoli continuamente devastata. Arna venne completamente distrutta appunto nelle lotte secolari fra Bizantini e Longobardi. Fra l&#8217;XI e il XIII secolo, venne costruito il castello che ha utilizzato come fondamenta le mura di antiche cisterne romane: di esse si conservano i resti nei sotterranei a volta. Nel castello, rimaneggiato più volte per ottenere residenze signorili (i Sozi, poi i Degli Azzi Vitelleschi, poi gli Spinola), sotto il bastione, nel voltone di ingresso si nota un arco del XIV secolo. Nelle mura interne si vedono resti di finestre dei secoli XV-XVI e tratti di mura etrusco-romane sono ancor oggi individuabili nelle muraglie esterne.<img class="size-full wp-image-211 alignright" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/castello.jpg" alt="" width="276" height="287" /></p>
<p>La chiesa è diventata parrocchiale soltanto nel Seicento. In essa sono conservate alcune opere d&#8217;arte di notevole importanza: il gonfalone, datato 1492, attribuito a Bartolomeo Caporali; una tavola con la Vergine del pittore perugino Domenico Bruschi; un crocifisso della metà dell&#8217;Ottocento. Sono presenti anche una bella formella di ceramica di Deruta della fine del Cinquecento, con San Cristoforo e un affresco distaccato, con la Madonna attribuito a Giannicola di Paolo, allievo del Perugino provenienti dal cimitero gravemente danneggiato dalle bombe della seconda guerra mondiale. Prima della salita che porta al Castello, si rileva la grande mole del convento costruito (inglobando una cappella del secolo XIV) dai Padri Filippini fra Seicento e Settecento, come sede estiva dei Filippini della Chiesa Nuova di Perugia. Anche questo convento ha utilizzato per fondamenta grandi mura di cisterne romane. Nel convento si è conservata la cappella con stucchi del XVIII secolo e la tela dell&#8217;estasi di San Filippo di Francesco Appiani.</p>
<p><strong>Le Campane</strong></p>
<p>Le tre campane posizionate nel campanile della chiesa di Civitella d&#8217;Arna, ultimato nel 1846, suonarono per la prima volta alle ore 23 della sera del 7 dicembre, vigilia dell&#8217;Immacolata, nell&#8217;anno 1850.</p>
<p>La loro fusione avvenne a Civitella, nei locali dei Padri Filippini a cura dei fonditori Pietro e Teodoro Sini di Acquapendente (Viterbo).</p>
<p>La prima campana maggiore del peso di 536 kg. circa, è dedicata all&#8217;Immacolata e reca incise, tra le altre, le seguenti parole: &#8220;la mia voce è voce di vita, vi chiamo alle sacre funzioni: venite!!&#8221;. La seconda, del peso di 264 kg. circa, è dedicata al S. Vincenzo Ferreri e reca inciso: &#8220;Vi chiamo alla chiesa &#8211; allontano la tempesta&#8221;. La terza, del peso di 127 kg. circa, è dedicata a S.Eurosia ed ha inciso: &#8220;Piango i defunti, chiamo i vivi, allieto le feste&#8221;. Furono benedette a Perugia da S.E. Mons. Gioacchino Pecci poi Papa, con il nome di Leone XIII.</p>
<p><strong>Reperti archeologici</strong></p>
<p>Nel Museo Archeologico Nazionale di Perugia sono conservate in grande quantità urne, vasi, bronzi e altro materiale proveniente dall&#8217;area di Civitella d&#8217;Arna.</p>
<p>Sicuramente il reperto più importante è il bronzo della testa di Hypnos, statua romana della personificazione greca del sonno (I-II sec. d.C.) che è attualmente conservato presso il Britisch Museum di Londra.</p>
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		<title>Santuario della Madonna dei Bagni &#8211; Madonna dei Bagni (Perugia)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 14:31:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il piccolo Santuario della Madonna dei Bagni si trova sulla strada che da Perugia va a Todi a circa 2 chilometri da Deruta nella località di Casalina.
Si racconta che nel 1657 mentre camminava in questa zona tal Cristoforo di Filippo, merciao di Casalina, vide in terra il fondo di una tazza di maiolica raffigurante l&#8217;immagine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-198" src="http://www.cittadeltevere.it/wp-content/uploads/2010/04/Madonna-dei-Bagni.jpg" alt="" width="350" height="249" />Il piccolo Santuario della Madonna dei Bagni si trova sulla strada che da Perugia va a Todi a circa 2 chilometri da Deruta nella località di Casalina.</p>
<p>Si racconta che nel 1657 mentre camminava in questa zona tal Cristoforo di Filippo, merciao di Casalina, vide in terra il fondo di una tazza di maiolica raffigurante l&#8217;immagine della Madonna con il Bambino.</p>
<p>Dopo averla raccolta la attaccò tra due rami di una quercia. Tempo dopo Cristoforo che aveva la moglie molto malata, passando davanti al pezzo di ceramica che aveva attaccato, pregò la madonna e la supplicò di guarirgli la moglie.</p>
<p>Tornato a casa, trovò la moglie guarita e per ringraziarLa per aver ascoltato le sue preghiere, Cristoforo pose sulla quercia una targa votiva.</p>
<p>Fu così che iniziò la devozione alla Madonna dei Bagni e il santuario accolse le preghiere di sempre più fedeli che come ringraziamento alla Vergine lasciarono molte maioliche votive policrome, ad oggi oltre 600, che rivestono quasi tutte le pareti della chiesa, in ognuna delle quali compaiono sempre le tre lettere: P.G.R. (Per Grazia Ricevuta) o V.F.G.A. (Voto Fatto Grazia Avuta).<br />
<em>Per informazioni:<br />
Santuario della Madonna dei Bagni<br />
Località Madonna dei Bagni, Fraz. Casalina, Deruta (PG)<br />
Tel. 075.973455</em></p>
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